"Ma questo bambino parlerà?" e altre 8 domande che ci fate sulla CAA
Tempo di lettura: 4 minuti
Ce lo chiedete in tantissimi. A voce bassa, dopo una visita, oppure di sera scrivendo a qualcuno che ne sa più di voi. “Ma secondo te parlerà?”. È la domanda che contiene tutto: la speranza, la paura, il peso di giornate in cui sembra che il mondo intero si aspetti una risposta che nessuno può davvero dare.
Chi lavora con la Comunicazione Aumentativa e Alternativa, la CAA, conosce bene quella domanda. E ne conosce altre otto, che tornano ciclicamente nelle stanze dei professionisti, nelle chat di genitori, nelle sale insegnanti. Proviamo a rispondere qui, partendo da un testo di riferimento: l’appendice “Risposte brevi a nove comuni domande sulla CAA e sull’intervento iniziale di comunicazione”, pubblicata in Argomenti di Comunicazione Aumentativa ed Alternativa (n. 4, 2007).
1. “È troppo presto per iniziare con la CAA?”
Non esiste un “troppo presto”, e non servono prerequisiti. La comunicazione non comincia con la prima parola: comincia quando il bambino guarda, indica, fa un verso per attirare l’attenzione, protesta con il corpo. La CAA iniziale lavora proprio su questi gesti naturali.
Aspettare, in realtà, è il rischio più grande. Ogni giorno senza un modo per farsi capire è un giorno pesante per lui, e per chi gli sta intorno.
2. “Se gli diamo i simboli, poi non parlerà mai più?”
È la paura numero uno. Ed è comprensibile, ma non funziona così: i bambini scelgono sempre la modalità più veloce per comunicare, e la voce, quando è disponibile, batte qualsiasi sistema di CAA. Se lui può parlare, parlerà.
Anzi, la ricerca mostra l’opposto di quello che temete: la CAA spesso facilita l’emissione di parola. Aumenta le interazioni, offre modelli, e nei sistemi con uscita in voce fa anche da eco sonora. Più comunica, più ha motivi per provare a parlare.
3. “Ma questo bambino parlerà?”
La domanda delle domande. Vorremmo potervi rispondere sì o no, ma sarebbe disonesto: non è una domanda binaria. Etichettare un bambino come “non verbale” oggi non significa escludere che userà la parola domani. Allo stesso tempo, alcuni bambini potrebbero non sviluppare un linguaggio verbale pienamente intelligibile per tutti. Non è una sentenza: è un dato su cui costruire.
Perché la domanda vera non è “parlerà?”; ma è: oggi ha un modo per dire quello che sente? Se no, bisogna dargliene uno, e subito. La comunicazione non può aspettare una prognosi.
4. “E dove la facciamo, la CAA?”
Dove si vive. La CAA iniziale non ha bisogno di un setting perfetto: ha bisogno delle stesse occasioni in cui qualsiasi bambino piccolo impara a comunicare come: salutare la nonna, protestare quando finiscono i biscotti, chiedere “ancora” durante il solletico, dire “basta” quando la canzone stufa.
Piccolo consiglio controintuitivo: non si parte dal “sì” e dal “no”. Sembrano semplici, ma sono astratti e rischiano di incastrare il bambino in un ruolo passivo. Meglio parole che gli permettano di agire sulle cose.
5. “Prima deve capire bene una parola, no?”
Sembra logico. È il contrario di come funziona. Le parole si imparano usandole, non aspettando di averle capite. Nessun bambino impara “cane” perché prima ha fatto un test di comprensione: lo impara perché sente la parola in mille contesti, prova, sbaglia, riprova. Con la CAA vale lo stesso.
6. “I suoi tentativi sembrano a caso. Stiamo perdendo tempo?”
No. Sta imparando. Quei tentativi “casuali” sono il modo con cui scopre che comunicare funziona: tocca un simbolo, succede qualcosa e collega le due cose. È così che si impara.
Rispondetegli come rispondereste a un bambino piccolo che dice qualcosa di buffo: sorridete, riformulate, rilanciate. Non bloccatevi. La comunicazione va sempre accolta, mai messa alla prova.
7. “Come si passa dalla singola parola alle frasi?”
Con tante occasioni vere. Servono tre ingredienti: momenti in cui una sola parola non basta (un gioco, una canzone); esperienze di parole in funzioni diverse (salutare, chiedere, rifiutare, commentare); e la possibilità di combinare simboli, magari con uno sguardo o un gesto che aggiunge un secondo concetto.
Ogni bambino ha il diritto di provare a dire frasi intere, non solo nomi di cose.
8. “Meglio un tablet con la voce o le tabelle di carta?”
Dipende, e spesso servono entrambi. I sistemi con uscita in voce attirano l’attenzione, comunicano a distanza, sono comprensibili anche a chi non conosce il bambino. I sistemi low-tech, però, sono immediati, flessibili, affidabili: non si scaricano, non crashano durante la merenda. Molti adulti esperti di CAA scelgono proprio il low-tech per il quotidiano.

Poi c’è un terzo canale che fa una differenza enorme: le storie in CAA. App come Tadà propongono libri digitali simbolizzati con voce narrante, livelli di difficoltà diversi e, soprattutto, le ministorie: racconti brevi e ripetitivi che parlano della quotidianità dei bambini, la merenda, la vestizione, i giochi. Non frasi isolate appese a un simbolo, ma parole dentro un contesto, che è poi il modo naturale in cui il linguaggio si impara davvero. Ogni parola si può riascoltare, ripetere, riprendere al ritmo del bambino (lo trovate spiegato bene sul sito, tadabook.it)
E poi c’è una cosa che ci scalda il cuore ogni volta: per molti bambini, la prima parola è stata proprio “Tadà”. Un nome inventato, con due sillabe facili, associato a qualcosa di bello che accade. Succede più spesso di quanto si immagini, ma soprattutto racconta meglio di qualsiasi teoria cosa vuol dire dare a un bambino una ragione vera per comunicare.
Non è “strumento per comunicare bisogni”, è tempo di qualità, è una favola prima di dormire. Ed è esattamente il tipo di tecnologia che la CAA ci ha insegnato a desiderare: quella che entra nella vita senza dover essere spiegata.
Provate una storia in CAA insieme. Anche solo una, per vedere come reagisce. Tadà ha una fiaba gratuita quando scaricate l’app, è un modo senza impegno per capire se quella strada vi piace.
9. “Ha i simboli, ma non inizia mai lui. Perché?”
Pensiamo spesso che sia un suo limite, ma raramente è così. Iniziare a comunicare dipende più dall’ambiente che dal bambino.
Servono tre cose: qualcuno con cui parlare, qualcosa di cui parlare, e una ragione per farlo. Se gli adulti anticipano ogni bisogno, se nessuno aspetta abbastanza da lasciargli spazio, la comunicazione spontanea non ha aria per respirare. Dare al bambino un sistema di CAA deve coincidere con un lavoro su di noi: rallentare, aspettare, dare valore anche ai segnali minimi.
Scopri le storie e le ministorie in CAA –> Vai allo shop